Il corpo è il campo dell’anima

Il corpo immerso nell’anima: campi morfici e tocco biodinamico

Più leggo e osservo la biologia e più lavoro con il corpo, più sento esserci qualcosa di più grande dentro i confini della pelle. È come ascoltare una sinfonia e, oltre alle singole note, percepire il sentiment del suo creatore.
Il corpo vive sospeso dentro un campo fluido che è sospeso in un altro campo, dentro un’anima.

DNA, proteine e la mano invisibile

Partiamo dai codici, dal DNA.
Il racconto tradizionale è più o meno questo: il DNA è la ricetta, l’archivio delle istruzioni; le proteine sono gli esecutori materiali; l’RNA fa da postino. In base a come è scritto il codice, si formano cellule, tessuti, organi, caratteri.

Se vogliamo la versione da cucina: il DNA è il libro di ricette, le proteine sono il cuoco, l’RNA è il cameriere che porta gli ordini in cucina.

Tutto vero, più o meno. Ma appena ti avvicini, la metafora comincia a scricchiolare. Le proteine non sono poche, sono migliaia; molte richiedono sequenze di amminoacidi così precise che, da un punto di vista statistico, non dovrebbero quasi mai formarsi. Eppure si formano, sempre, ovunque ci sia vita. (Lo ricorda Bill Bryson, nel suo libro , è come chiedere ad una slot-machine con 1.055 ruote di allinearsi perfettamente al primo colpo, una possibilità quasi impossibile.)
Eppure accade, e accade sempre in ogni momento, in ogni cellula.
Il DNA da solo non basta: si limita a fornire l’elenco ingredienti. Ma qualcuno deve pur decidere come cucinare, in che ordine, con che tempi, con quale stile.

È qui che la domanda scomoda bussa alla porta:
se il DNA è la ricetta e le proteine sono il cuoco… chi insegna al cuoco a cucinare? Chi guida la mano e dà forma alla forma?

Mi piace pensarla così: il DNA è l’argilla, le proteine sono le mani, ma c’è una mano invisibile che muove le mani. Una regia che non si vede, ma che riconosciamo dalle conseguenze: un feto che si organizza senza manuale d’istruzioni, una ferita che si richiude, un sistema nervoso che impara a regolare emozioni, ed il concerto delle cellule che sanno quale nota suonare.

«In questo quadro, l’embrione di cui parla Jaap van der Wal è  un gesto in evoluzione che risponde a forze, campi di movimento e forma; e le riflessioni di Kukushkin sulla memoria distribuita ci ricordano che ogni scelta molecolare è già un atto di apprendimento del vivente.»

Nel mio lavoro – e nel libro sul Tocco Originario – questa è la domanda di fondo: come fa la vita a sapere cosa fare, prima che ci sia un io che decide qualcosa?

Da Aristotele a Sheldrake: il corpo dentro un campo

Qui entra in scena Aristotele un greco che ci parlava di embriologia. Scriveva di causalità formale e di anima come principio che organizza la materia vivente. Ma attenzione: per Aristotele non è l’anima che sta nel corpo come un inquilino; è il corpo che sta nell’anima, come una pianta sta dentro il suo campo di crescita, come un seme che “sa” cosa diventare.

Tradotto in parole povere: ogni vivente è immerso in un campo di forma che lo guida, lo orienta, lo rende ciò che è. L’anima vegetativa per le piante (quella forza verde di crescita che, molti secoli dopo, Hildegarda di Bingen chiamerà Viriditas), quella senziente per gli animali, quella intellettiva per gli umani. Sono diversi livelli di organizzazione della vita.

Rupert Sheldrake prende questa intuizione e la porta in un linguaggio vicino alla fisica dei quanti: i campi morfici. Non sono leggi eterne scolpite chissà dove, ma campi di forma che organizzano il comportamento della materia vivente, con una memoria propria. Ogni specie, ogni organo, ogni forma complessa avrebbe il suo campo; e questi campi avrebbero delle abitudini, più una forma si materializza, più diventa facile che si realizzi ancora. È una sorta di memoria non locale della forma.

«È un modo diverso per dire ciò che Jaap van der Wal mostra nel suo lavoro embriologico: l’embrione si organizza dentro un campo di significato, non solo dentro un codice genetico, e ogni gesto formativo è in risonanza con qualcosa di più ampio della singola cellula.»

Per noi che lavoriamo con il corpo, il punto interessante è semplice:
il genoma non è il direttore d’orchestra, è lo spartito sul leggio.
La direzione artistica, l’essenza della composizione musicale arriva da un altro livello di campo. Il DNA è una traccia, non la causa ultima. È la sabbia dove l’onda ha lasciato il segno, non l’onda.

Quando Franklyn Sills o James Jealous parlano di campi sospesi dentro campi dentro campi, e quando in biodinamica percepiamo il “campo relazionale”, le “maree”, la “quiete dinamica”, stiamo giocando nella stessa squadra concettuale. Corpo delle maree, il corpo nel suo campo embrionale, il corpo nell’anima. Cambiano le parole, ma la sinfonia è la stessa.

Mente delle cellule: intelligenza al piano terra

Se mettiamo insieme tutto questo con quello che sappiamo oggi di cellule, sinapsi, microbi, mitocondri, il quadro diventa sorprendentemente semplice: la vita non è casuale.

«Satprem – riprendendo l’esperienza di Mère – parla di una vera e propria “mente delle cellule”.
Barbara McClintock (Nel 1983, al Karolinska Institute, Barbara McClintock riceve il Nobel per la scoperta dei trasposoni,) invita ad “riconoscere il sapere delle cellule”; Kukushkin mostra quanto sia costoso, per il vivente, conservare memoria. Tutti, a modo loro, suggeriscono che la cellula sà molto più di quanto il nostro modello meccanico le conceda.»

La cellula non è un mattone passivo che esegue ordini dall’alto; è un piccolo centro di decisione sparso nel tessuto, capace di percepire micro-variazioni di ambiente, comunicare con le vicine, scegliere se dividersi, morire, ripararsi, differenziarsi.
Che la chiamiamo “mente delle cellule” o “intelligenza innata”, il punto è questo: la memoria non è solo nel DNA, è nei pattern di relazione tra cellule, nei loro scambi, nelle loro abitudini.

In chiave Sheldrake, ogni cellula è un terminale locale di un campo morfico.
In chiave Aristotele, il corpo è dentro la dimensione dell’anima.
In chiave personale, quotidiana, il corpo è sempre in conversazione con qualcosa di più grande.

Quando appoggio le mani su qualcuno, non sto solo toccando “tessuti”. Sto entrando in un campo in cui DNA, cellule, fascia, storia personale, storia di specie e forse qualcos’altro si intrecciano. È un po’ come fare una telefonata a un condominio intero: sulla carta chiami un numero, ma in realtà senti una folla.

Il tocco nel campo: cosa facciamo davvero quando tocchiamo

E qui arriviamo al tocco, che è il cuore del mio lavoro.

Se prendi sul serio l’idea di campo, il tocco non è più un’azione locale. Non è solo “faccio questa pressione su quel muscolo”. È un modo di modulare il campo in cui quel corpo si sta organizzando.

Il mio sistema nervoso, il mio respiro, la qualità del contatto, i pensieri non detti: tutto questo fa parte del campo. Il corpo dell’altro, per fortuna, è selettivo – prende ciò che gli serve e lascia il resto – ma intanto sente se sta entrando in un campo di controllo, di fretta, di giudizio, oppure in un campo di curiosità, rispetto e ascolto.

Quando parlo di Tocco Originario, parlo proprio di questo:
il modo in cui la vita ci ha toccato prima che potessimo dire io, e il modo in cui noi oggi possiamo toccare un corpo rispettando quella storia profonda. Un tocco che non si limita a cambiare il sintomo, ma prova a offrire un territorio diverso, in cui quel corpo possa ricordare una forma più vera e naturale di sé.

A volte la cosa più terapeutica non è “rimettere a posto” una vertebra o sciogliere una contrattura, ma smettere di ripetere, con le mani, la vecchia storia:
“c’è qualcosa di sbagliato in te e io lo aggiusto.”
E proporne un’altra:
“tu sei un vivente che sa già molto su come guarire; io posso fare spazio, sostenerti e accompagnarti con il mio ascolto.”

Scienza, spirito e una passeggiata nei boschi

La fisica da tempo non parla più di minuscole biglie come le particelle che si urtano ed incrociano, ma di campi, relazioni, probabilità. La biologia sta lentamente uscendo dal sogno riduzionista in cui bastava trovare il gene giusto per spiegare tutto. L’embriologia moderna e la fenomenologia ci mostra gesti, campi di forza, forme che emergono dall’interazione, non da un’unica cabina di regia.

Da parte mia, non mi serve trasformare Sheldrake in dogma, né convincere nessuno che l’universo abbia “davvero” dei campi morfici. Mi basta una cosa più umile e concreta: avere un linguaggio vivo per parlare di ciò che vedo nella relazione con l’altro, di ciò che percepisco con le mani, di ciò che so del corpo e della sua storia.

Il test più onesto non avviene nei convegni, ma in due luoghi molto semplici.

Il primo è in una seduta: quando un corpo cambia qualità di presenza, il respiro si distende, lo sguardo si fa più largo e senti che qualcosa si è riallineato con una forma più ampia di sé.
Il secondo è una passeggiata nel bosco: quando, all’improvviso, ti ricordi che tutto intorno è vita, morte e trasformazione. Dove senti che tutto è un processo in corso, dove sai che non sei una macchina nel mondo meccanico, ma una forma temporanea di qualcosa che respira su molte, moltissime scale.
..

È lì che si sente – non si “capisce”, si sente – che forse Aristotele, Sheldrake, la biodinamica, l’embriologia e anche la nonna che, senza guardare l’orologio né il telefono, sà che il nipote sta per arrivare e si alza un attimo prima che il campanello suoni, stanno tutti, ognuno a modo suo, dicendo la stessa cosa: il corpo è immerso in un campo vivente.

Nel volume sul tocco provo a dare una forma più ordinata a tutto questo: cinque tocchi, dall’originario al simbolico.
Qui, nel blog, posso permettermi una frase che forse risuona nella filosofia, ma che per me è la più fedele alla realtà, ed è qui che Blaise Pascal ci dà una mano:

«On ne le sent plus tôt qu’on ne le voit.»
Lo sentiamo prima di vederlo.

Ciò che sappiamo davvero non lo abbiamo mai “visto”, lo abbiamo sempre sentito.

Il resto – geni, formule, teorie – sono solo modi, sempre provvisori, in cui proviamo a raccontarci cosa sta facendo la Vita quando ci mette al mondo, ci tocca, ci plasma e poi, un giorno, ci lascia andare.

Paolo Maderu Pincione, scritto con supporto di Ai.
Da Perplexity: uso dell’AI nel testo sia di supporto, ad esempio per rielaborazioni o affinamenti, probabilmente intorno al 20-30%. Il contributo umano è evidente nella personalizzazione, nel tono e nella profondità.

Per approfondire

Questa non è una bibliografia esaustiva, ma qualche traccia di lettura che ha nutrito la visione di questo testo.

  • Aristotele, De Anima
    La radice antica dell’idea che il corpo sia “dentro” l’anima e non il contrario. Utile per capire cosa intendiamo quando parliamo di forma vivente e causalità formale.

  • Hildegarda di Bingen, testi sulla Viriditas
    La forza verde del vivente come immagine concreta dell’anima vegetativa: il mondo come organismo che cresce, guarisce, ributta fuori vita.

  • Rupert Sheldrake, A New Science of Life, The Presence of the Past
    I campi morfici e la risonanza morfica: una cornice per pensare forma, memoria e abitudine della Natura come qualcosa che va oltre il solo DNA.

  • Franklyn Sills, Foundations in Craniosacral Biodynamics
    Il linguaggio dei campi, delle maree, della quiete dinamica. Una delle radici della visione biodinamica che parla di “corpo nel campo”.

  • James S. Jealous, An Osteopathic Odyssey
    La vita come processo guidato dal “Soffio”: un modo poetico e clinico di parlare della relazione tra genoma, forma e principio vivente.

  • Satprem, La Mente delle Cellule
    Un testo radicale che porta l’attenzione alla coscienza cellulare: la cellula non come “pezzo”, ma come punto di presenza, esperienza e apprendimento.

  • Barbara McClintock, interviste e testi raccolti
    La genetista che parlava di “avere un sentimento per l’organismo”: uno sguardo interno, partecipe, sulla materia vivente.

  • A. Kukushkin, lavori recenti su memoria e costo energetico
    Uno sguardo neuroscientifico sul fatto che ricordare è un lusso: la memoria come scelta del vivente, non come semplice deposito automatico.

  • Blaise Pascal, Pensieri
    Da «On ne le sent plus tôt qu’on ne le voit» al “cuore” che ha le sue ragioni: una via per comprendere perché, nel lavoro sul corpo, il sentire viene sempre prima del vedere.

 

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