Prologo
Da migliaia di anni filosofi, artisti, biologi e antropologi cercano di rispondere a questa domanda, ma non esiste una definizione univoca. L’arte può essere rappresentazione, bellezza, espressione, conoscenza, relazione e trasformazione dell’esperienza. Può essere un oggetto, un gesto, un’immagine, una voce, una danza, ma anche il modo in cui un incontro modifica chi guarda e ciò che viene guardato.
Da tempo definisco la Biodinamica Craniosacrale come un’Arte dell’Ascolto, un’arte incarnata che si fonda sul contatto, sulla presenza e sulla capacità di sentire ciò che nel corpo chiede di essere riconosciuto. In questi anni ho provato a esplorare cosa significhi “fare arte” attraverso il tocco, l’attenzione, la relazione.
La lettura di Alva Noë e la sua visione fenomenologica degli “strani strumenti” mi ha offerto un altro punto di vista, nuovo e illuminante, su questi stessi temi, di come le opere, i gesti, le pratiche ci mostrino il modo in cui siamo organizzati, aprendoci alla possibilità di ri-organizzarci. Nasce così questo contributo che si intreccia con le riflessioni già raccolte in altri articoli di questo blog.
L’arte di sentire l’arte, l’estasi e gli stati di coscienza.
Ars e Téchne
Partiamo dall’etimo. In latino ars, artis significa abilità, mestiere, tecnica, capacità di operare secondo regole. È collegato alla radice indoeuropea *ar-, che richiama l’atto di unire, ordinare, adattare e comporre, come in artigiano, artificio e articolare.
Il termine greco usuale è téchne, ma con una sfumatura particolare: indica soprattutto il saper fare, cioè la conoscenza pratica dei procedimenti attraverso cui qualcosa viene prodotto e portato alla forma. Téchne non significa tecnica nel senso moderno, meccanico o industriale, ma un sapere operativo che comprende esperienza, intelligenza, regole e capacità creativa.
Mentre ars sottolinea l’abilità di comporre, ordinare e adattare, téchne mette maggiormente in evidenza il processo, il metodo e la competenza del fare. Nell’antichità entrambe comprendevano il lavoro dell’artista, dell’artigiano, del medico, dell’architetto e del costruttore. L’arte non era separata dalla tecnica, ma era un sapere capace di trasformare la materia secondo un’intenzione e una forma.
Gli “strani strumenti” di Alva Noë

Nel suo libro Strani strumenti. L’arte e la natura umana, il filosofo della cognizione Alva Noë propone un modo nuovo di guardare all’arte. La considera come una delle espressioni più profonde della natura umana.
L’essere umano non si limita a costruire oggetti. Costruisce linguaggi, immagini, simboli, strumenti, case, città e racconti. Mentre crea queste cose, esse trasformano anche lui, cambiando il modo di vivere, di pensare, di comunicare e perfino di percepire il mondo.
Una porta cambia il nostro modo di attraversare uno spazio; la scrittura cambia il nostro modo di pensare; le immagini cambiano il nostro modo di vedere. Per questo Noë definisce le opere d’arte “strani strumenti”. Non servono principalmente a fare qualcosa, come un martello o una chiave inglese. Servono a renderci consapevoli del modo in cui le nostre pratiche, le tecniche e le abitudini ci organizzano e continuamente ci trasformano.
L’arte non aggiunge semplicemente un nuovo oggetto al mondo, modifica il nostro modo di percepirlo. Non ci offre soltanto qualcosa da vedere, ma ci fa vedere il nostro stesso vedere.
Vedere, immaginare, ri-creare
Quando entriamo in una mostra pensiamo spesso che il nostro compito sia capire l’opera, scoprirne il significato o decidere se ci piace oppure no. Noë ci invita invece a cambiare domanda:
Che cosa succede a me mentre guardo quest’opera?
L’arte non cambia soltanto ciò che osserviamo. Cambia il nostro modo di osservare. La percezione, ricorda Noë, non è qualcosa che semplicemente ci accade, ma qualcosa che facciamo. È un incontro attivo, enattivo, tra il corpo e il mondo: dipende da come ci muoviamo, da dove guardiamo, da ciò che già sappiamo fare e dalle possibilità che la situazione ci offre.
La forma artistica ci invita a partecipare a questo incontro e a guardare con occhi nuovi ciò che credevamo di conoscere. Un’opera prende forma nella relazione tra la sua presenza materiale, il luogo, lo spazio, il nostro corpo, la memoria, l’immaginazione e l’attenzione.
La creatività non è soltanto il talento. È la capacità, che tutti possediamo, di creare collegamenti nuovi tra cose già esistenti, di guardare una realtà conosciuta e scoprirvi qualcosa che prima ci era sfuggito. Ogni gesto creativo è una ri-creazione in senso ampio. Ricreare e riorganizzare significano riprendere ciò che già conosciamo, osservarli e sperimentarli da diverse prospettive, trasformandoli attraverso un nuovo incontro. In questo processo cambia il nostro modo di percepirle l’oggetto della nostra attenzione. La ri-creazione diventa così una pratica incarnata, capace di integrare esperienza, movimento, immaginazione e sentire, aprendo l’accesso a nuove conoscenze di noi stessi e del mondo.
Arte e filosofia
Noë sostiene che l’arte è una pratica filosofica e, nello stesso tempo, che la filosofia è una pratica artistica. Entrambe non hanno il compito di fornire risposte definitive, ma di sospendere l’abitudine, mettere in discussione ciò che appare ovvio e aprire nuove possibilità di comprensione.
Un’opera d’arte non ci chiede soltanto di essere capita. Ci invita a porci domande, a prendere posizione e a costruire il nostro sguardo sul mondo. Arte e filosofia condividono così una stessa vocazione, quella di riportare alla luce ciò che era diventato invisibile nella forza dell’abitudine.
Riflettere significa diventare consapevoli del modo in cui percepiamo, sentiamo e costruiamo la nostra esperienza. L’arte rende percepibile questo processo, può sospende ciò che davamo per scontato e rinnovare il nostro rapporto con la realtà.
Prima della parola: l’esperienza vissuta
Anche il linguaggio nasce da questa dinamica. Prima della scrittura viene l’esperienza vissuta, dalla quale emergono la parola, il dialogo, il gesto e l’espressione vocale. La scrittura non è soltanto un mezzo per conservare il linguaggio: lo modifica, proprio come la coreografia modifica la danza e l’immagine modifica il nostro modo di vedere.
Il primato, dunque, non appartiene semplicemente alla parola parlata rispetto alla scrittura, ma alla pratica, all’azione e alla percezione incarnata. Parola e scrittura nascono entrambe da un corpo che agisce nel mondo e, una volta create, ritornano sull’esperienza trasformandola.
Questo è forse il ponte più forte tra il pensiero di Noë, la fenomenologia e la mia ricerca sul sentire: il significato non viene aggiunto dall’esterno a un corpo già formato, ma emerge dal nostro modo corporeo di orientarci, muoverci, essere toccati e abitare la relazione.
L’arte incarnata
Possiamo allora parlare di arte incarnata. Non perché ogni opera debba rappresentare il corpo, ma perché ogni esperienza artistica avviene attraverso un corpo vivente. Guardiamo con gli occhi, ma questo include la postura, il respiro, i piccolo o grandi movimenti che facciamo, la memoria, l’affettività e la distanza che scegliamo di mantenere.
Come accade nel contatto aptico, non siamo semplicemente destinatari passivi di uno stimolo.
Il corpo si orienta, si avvicina o si protegge, riconosce qualcosa e nello stesso tempo riconosce sé stesso. Il tatto è il senso, il tocco è il gesto e il contatto è la relazione; analogamente, l’opera è una forma, il guardare è un gesto e l’esperienza artistica è la relazione che si crea tra noi e ciò che incontriamo.
Anche l’attenzione è parte dell’opera. Non è concentrazione forzata, ma disponibilità a lasciare spazio a ciò che ancora non conosciamo. L’arte può interrompere l’automatismo, rallentare il giudizio e restituirci una presenza più ampia, verso lo spazio, verso gli altri e verso noi stessi.
Guarda come stai guardando
Mentre attraversi una galleria, una piazza o una strada della tua città, prova a fare un piccolo esperimento.
Non guardare soltanto le opere.
Guarda come stai guardando.
Osserva i tuoi movimenti e i tuoi appoggi. Senti se cambia il respiro, se desideri avvicinarti o allontanarti. C’è un’immagine che richiama un ricordo, un’emozione o soltanto una curiosità? C’è una persona accanto a te che ti mostra qualcosa che non avevi visto?
Facciamo accadere l’arte in questi momenti, senza trovare una risposta definitiva, quando il nostro modo abituale di vedere, sentire e pensare si apre a possibilità nuove e diverse.
L’arte non è soltanto un oggetto, ma un’attività. Il quadro appeso al muro, da solo, non basta. L’arte nasce quando qualcuno lo incontra e, in quell’incontro, cambia qualcosa nel suo modo di percepire e di abitare il mondo.
Ogni opera diventa così un invito a rallentare, osservare, interrogare, immaginare e ritrovare un rapporto più vivo con il mondo, con gli altri e con noi stessi.
Alva Noë
Alva Noë è un filosofo statunitense e professore di filosofia alla University of California, Berkeley. Il suo lavoro riguarda la percezione, la coscienza, l’arte e l’estetica. Tra i suoi libri: Action in Perception (2004), Out of Our Heads (2009), Varieties of Presence (2012), Strange Tools: Art and Human Nature (2015), Learning to Look (2022) e The Entanglement: How Art and Philosophy Make Us What We Are (2023).
Rimandi nel blog
- Aptico: una parola, una genealogia, un concetto — https://craniosacrale.it/aptico-una-parola-una-genealogia-un-concetto/
- Il tocco come presenza, il contatto aptico — https://craniosacrale.it/il-tocco-come-presenza-il-contatto-aptico/
- L’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità. Simone Weil — https://craniosacrale.it/lattenzione-e-la-forma-piu-rara-e-piu-pura-di-generosita-simone-weil/
- L’Arte di sentire l’arte.
1 Agosto 2026
a cura di Paolo Maderu Pincione, con il contributo di ricerca biografica e lessicale di AI.

